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  SPIGOLATURE DELLA RICERCA DA TUTTO IL MONDO
Profesoressa Raffaella Scorza

Si tende a risparmiare al paziente il ricorso a indagini più invasive quali il lavaggio broncoalveolare (BAL) in corso di broncoscopia, a meno che non vi siano sospetti diagnostici precisi di infezione. I risultati dei Reumatologi dell'Università Cattolica suggeriscono che, al contrario, risparmiare al paziente un fastidio oggi, può voler dire fargli correre rischi più gravi in un futuro non lontano. I ricercatori hanno sottoposto a TAC polmonare ad alta risoluzione 90 pazienti sclerodermici che avevano presentato alterazioni ai test di funzionalità polmonare. Come atteso, ben 87 (93,5%) dei pazienti mostrava segni di fibrosi più o meno estesa alla TAC polmonare; 55 dei 90 (59,1%) avevano sia segni di fibrosi che segni di alveolite. Dei 55 pazienti 42 hanno acconsentito di sottoporsi al BAL e i risultati dell'esame sono stati a dir proprio sorprendenti: solo 16 dei 42 pazienti (38,1%) mostravano le caratteristiche alterazioni citologiche dell'alveolite, mentre in 10 pazienti cioè il 23,8 %, è stato possibile identificare la presenza di un agente infettivo dalla cultura del BAL. Seguiti nel tempo, ben 8 di questi 10 pazienti hanno mostrato un netto peggioramento ai test di funzionalit respiratoria eseguiti un anno dopo.

Conclusioni: non tutte le apparenze a “vetro smerigliato” sono sinonimo di alveolite fibrosante (dato già parzialmente noto), ma possono essere dovute a infezioni delle basse vie respiratorie, apparentemente silenti e che, se non riconosciute e trattate propriamente, non certo con immunosoppressori, fanno correre al paziente gli stessi rischi di una vera alveolite non riconosciuta e non trattata in tempo!