Una donna di 81 anni, una sbarra da trazioni, tre minuti e tre secondi di resistenza. Ma soprattutto una frase semplice e potente: non è mai troppo tardi per iniziare a rendersi più forti.
È questa l’immagine che arriva dalla storia di Bonnie Sumner, raccontata dal New York Times: una donna del Colorado che, dopo la perdita del marito Mark, con cui aveva condiviso sessant’anni di vita, ha trovato nell’allenamento un modo concreto per rimettersi in relazione con il proprio corpo, con la propria quotidianità e con una nuova fase della vita.
Bonnie non era una sportiva professionista e non si era mai considerata particolarmente atletica. Aveva iniziato ad allenarsi con i pesi per motivi di salute, accompagnata dalla sua trainer Eve Lawrence. E c’è un dettaglio importante: Bonnie convive con l’artrite. Per lei, quindi, la sfida non riguardava solo l’età, ma anche il dolore, la rigidità e la preoccupazione per le mani.
Dopo la morte del marito, tornare in palestra è diventato anche un rifugio: uno spazio in cui riprendere ritmo, fiducia e controllo, mentre fuori dalla palestra c’erano incombenze, documenti, ricordi da sistemare e una vita da riorganizzare.
Poi è arrivato il dead hang: restare appesi a una sbarra sostenendo il peso del proprio corpo. Un esercizio semplice solo in apparenza, che coinvolge mani, presa, braccia, spalle, schiena, tronco e concentrazione mentale.
Il primo tentativo di Bonnie durò 21 secondi. Poi arrivarono 53 secondi, quindi oltre due minuti. Infine, durante il tentativo ufficiale per il Guinness World Record nella categoria donne over 80, Bonnie è rimasta appesa per 3 minuti e 3 secondi, superando il tempo richiesto.
Ma il dettaglio più interessante, per noi, non è il primato.
È il fatto che Bonnie avesse una preoccupazione precisa: le mani. Temeva quanto avrebbero fatto male. L’artrite rendeva quella prova più complessa, perché durante l’esercizio il dolore aumentava, la presa diventava difficile, il corpo tremava, le mani iniziavano a scivolare. La sfida, quindi, non era solo fisica. Era anche mentale: imparare a restare concentrata, respirare, non fissarsi sull’orologio, resistere un secondo alla volta.
Per GILS, questa storia offre uno spunto prezioso. Non perché le persone con sclerosi sistemica debbano imitare un esercizio impegnativo come il dead hang. Al contrario: per molti pazienti un’attività di questo tipo potrebbe non essere indicata, soprattutto in presenza di dolore, rigidità, fenomeno di Raynaud importante, ulcere digitali, difficoltà articolari, artrite o coinvolgimento cardiopolmonare.
Il messaggio è un altro: il movimento conta, ma deve essere sicuro, graduale e personalizzato.
Nella sclerosi sistemica le mani possono essere coinvolte in modo significativo. La rigidità cutanea, il dolore, le limitazioni articolari, l’infiammazione, il fenomeno di Raynaud o le ulcere digitali possono rendere più faticosi gesti quotidiani che spesso diamo per scontati: aprire un barattolo, vestirsi, scrivere, cucinare, usare il telefono, afferrare un oggetto.
Per questo parlare di forza non significa parlare di performance sportiva. Significa parlare di autonomia.
A volte il traguardo non è restare appesi a una sbarra. È riuscire ad aprire meglio una mano. Conservare più mobilità nelle dita. Ridurre la paura del movimento. Sentirsi più sicuri nei gesti quotidiani. Recuperare fiducia in un corpo che, a causa della malattia o del dolore, può sembrare meno prevedibile.
Il movimento, quando è inserito in un percorso seguito da professionisti, può diventare uno strumento importante di cura quotidiana. Può riguardare esercizi per le mani, mobilizzazione dolce, respirazione, cammino, equilibrio, stretching, attività fisica adattata o percorsi di riabilitazione personalizzati.
Non esiste un esercizio valido per tutti. Esiste il movimento giusto per quella persona, in quel momento, con quella storia clinica.
La vicenda di Bonnie Sumner ci ricorda che la forza non è solo muscolare. È anche costanza. È fiducia. È capacità di ricominciare dopo una perdita, una diagnosi, un cambiamento, una difficoltà. Ed è anche la possibilità di prendersi cura del proprio corpo pur convivendo con dolore, artrite o limitazioni.
Per chi vive con una malattia rara e complessa come la sclerosi sistemica, questo messaggio può diventare un invito gentile: non cercare il record, ma il proprio passo possibile.
Prima di iniziare qualsiasi nuova attività fisica o esercizio, soprattutto in presenza di sclerosi sistemica, artrite, dolore articolare o coinvolgimento di mani, cuore e polmoni, è sempre importante confrontarsi con il proprio medico, fisioterapista o terapista occupazionale.
Perché prendersi cura del movimento significa anche prendersi cura dell’autonomia, della qualità della vita e della fiducia nel proprio corpo.








