Il coinvolgimento dell’apparato gastrointestinale è una condizione molto comune nella sclerosi sistemica. Si stima infatti che sia la complicanza d’organo più frequente e che il coinvolgimento di questo apparato sia presente nel 90% dei casi e oltre.

Poiché ogni tratto del canale alimentare può essere coinvolto, le manifestazioni cliniche sono molto eterogenee: dalla sindrome da reflusso gastro-esofageo, alla dispepsia, al dolore addominale cronico, al gonfiore addominale, diarrea o stipsi, incontinenza. Tutto questo può essere causa sia di un’elevata morbilità che di un notevole peggioramento della qualità della vita.

La diagnosi di coinvolgimento gastrointestinale è ancora oggi molto spesso guidata dal sintomo e, di conseguenza, tardiva. L’apparato gastrointestinale è infatti un viscere il cui studio è molto complesso e non può prescindere da un’attenta anamnesi e uno scrupoloso esame obiettivo, esami bioumorali e di laboratorio e infine indagini diagnostiche più o meno invasive. Purtroppo, ancora oggi le indagini radiologiche meno invasive, come per esempio la radiografia diretta dell’addome o anche la radiografia con mdc per os, sono poco informative. Molto più ricche di informazioni e dettagli sono sicuramente le metodiche radiologiche pesanti, come la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica, oppure ancora le metodiche diagnostiche endoscopiche quali l’esofagogastroduodenoscopia, la manometria esofagea, la pHmetria esofagea, la pancolonscopia.

Queste stesse metodiche vengono utilizzate per diagnosticare il coinvolgimento dell’apparato gastroenterico nella sclerosi sistemica. Da una recente revisione della letteratura, infatti, è emerso che i test utilizzati per diagnosticare il coinvolgimento dell’apparato gastrointestinale comprendono metodiche più o meno invasive, alcune delle quali costose e talaltre non sempre facilmente reperibili.

Per molto tempo l’ecografia è stata considerata una metodica di scarsa utilità per lo studio dell’intestino, a causa di limiti tecnici legati al suo normale contenuto di aria e gas. A partire dagli anni ’70 del 1900 cominciano tuttavia le prime descrizioni ecografiche di alcuni quadri patologici intestinali quali, per esempio, lo “pseudokidney sign”, termine che si riferisce all’aspetto ecografico di certe lesioni tumorali del tubo digerente. Da allora, e soprattutto negli ultimi dieci anni, le applicazioni degli ultrasuoni nello studio dell’apparato gastroenterico si sono sempre più ampliate e sono state redatte, da parte dell’EFSUMB (European Federation of Societies for Ultrasound in Medicine and Biology), numerose linee guida che hanno permesso di standardizzare non soltanto la tecnica di studio dell’intestino normale, ma anche le indicazioni e le metodiche di studio di numerose condizioni patologiche quali le malattie infiammatorie croniche intestinali, l’appendicite, la diverticolite, l’occlusione intestinale, fino alla descrizione di certe condizioni più rare e di alcune patologie funzionali dell’intestino. L’ecografia infatti offre, oltre ai ben noti vantaggi di non invasività, basso costo e ripetibilità, anche quello di essere un esame che può essere eseguito in real-time dal clinico che si occupa di quella specifica malattia il quale può ottenere numerose informazioni sia di tipo morfologico, ma anche di tipo funzionale. Infine, grazie anche ai notevoli progressi tecnologici recenti, gli ultrasuoni possono a tutti gli effetti non essere più considerati una metodica scarsamente informativa, ma, al contrario, una metodica capace, se ben contestualizzata e sfruttando tutte le potenzialità e le recenti innovazioni che vanno dall’ecocolordoppler, all’ecografia con mezzo di contrasto, all’elastosonografia e alle tecniche di Superb Microvascular Imaging (SMI), di fornire una ricchezza di informazioni tale da dar vita al concetto di “ecografia multiparametrica”.

Se, come sopra scritto, in alcune patologie che coinvolgono l’apparato gastroenterico l’ecografia ha un ruolo ben definito, questo non è vero per quel che riguarda il coinvolgimento dell’intestino nella sclerosi sistemica.

La continua evoluzione sia in termini di conoscenze, che di applicazioni e tecnologia degli ultrasuoni ha aperto tuttavia delle concrete speranze per la diagnosi non invasiva e precoce di molti organi coinvolti nel processo clinico della sclerosi sistemica.

E’ proprio a partire da queste premesse che, con il nostro gruppo di lavoro, abbiamo deciso di valutare se l’ecografia potesse avere un ruolo per lo studio dell’intestino anche nella sclerosi sistemica. In un primo momento ci siamo concentrati sullo studio dei vasi arteriosi che irrorano la maggior parte del tratto gastrointestinale, ossia le arterie mesenterica superiore e mesenterica inferiore. Nel 2022 abbiamo pubblicato un lavoro preliminare da cui sono emersi dati che potrebbero suggerire un impegno in termini di emodinamica dei flussi mesenterici in un gruppo dei pazienti rispetto a un gruppo di soggetti sani di controllo. La numerosità dei soggetti coinvolti in questo primo lavoro non era tuttavia ampia, motivo per cui abbiamo proseguito con le valutazioni, con risultati che speriamo di pubblicare a breve.

Le possibilità di studio dell’apparato gastrointestinale con l’ecografia non si limitano allo studio dei vasi splancnici; infatti, stiamo portando avanti un progetto, anche grazie ai fondi ricevuti con il bando di concorso GILS 2023, in cui vogliamo valutare tutto il tratto gastrointestinale ecograficamente esplorabile con gli ultrasuoni, a partire dall’esofago cervicale fino al grosso intestino.

L’uso dell’ecografia multiparametrica può infatti rivelare le condizioni delle pareti intestinali e del loro apporto vascolare, nonché la funzionalità del sistema gastrointestinale. Pertanto, tale indagine potrebbe dimostrare la presenza di elementi importanti, quali alterazioni morfologiche e/o funzionali dei vari tratti dell’intestino esplorati oppure del circolo vascolare splancnico, che potrebbero guidare il trattamento sia nei pazienti con forme molto precoci che in quelli con forme più avanzate di malattia. Infatti, l’evidenza di una modificazione vascolare, morfologica e/o funzionale potrebbe portare tempestivamente alla definizione di una terapia adeguata per evitare la progressione del danno gastrointestinale.

Si tratta chiaramente ancora di una sfida aperta, ma grazie soprattutto al contributo prezioso delle pazienti e dei pazienti che convivono con questa patologia, si potrebbero aprire nuove opportunità diagnostiche e, di conseguenza, terapeutiche in grado di migliorare sia la qualità della vita che di ridurre le complicanze causate dal coinvolgimento dei diversi tratti di questo complesso viscere.

Dr.ssa Giulia Bandini

Dirigente medico, Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Firenze